storia
L'Agriturismo S. Alfonso è situato a Furore, splendido comune della Costiera Amalfitana
caratterizzato dalla tipica struttura a terrazzamenti dalla quale lo sguardo si
perde nell'immensità del mare.
Il nome sembra che derivi da "Terra Furoris", espressione che sta ad indicare proprio
la furia del mare sulla scogliera. La bellezza del paesaggio spiega la vocazione
turistica della sua economia. L'agricoltura è l'altro settore forte della zona e
si basa, sulla produzione di vini pregiati e dei tipici limoni della costiera: preziosi
per la produzione del limoncello.
L'azienda ha sede in un antico casolare del XVI secolo che, interamente ristrutturato,
conserva particolari architettonici di rilievo. Ne sono testimonianza i dipinti
murali della saletta d'entrata, il corpo della struttura, gli antichi portali, il
forno con canna centrale e apertura per l'affumicatoio, la lavanderia dotata di
cisterne e lavatoio e le antiche maioliche recuperate e inquadrate in pavimenti
moderni.
Tutto, in ogni angolo, ci ricorda una vita agreste, piena, intensa ed intelligentemente
sfruttata, basta pensare al pozzo centrale, alimentato da una sorgente naturale
utilizzato anche per l'irrigazione, al caratteristico barbecue con fornaci e all'antica
"cercola", torchio ricavato da una quercia di dodici metri.
Silenzio, pace, bellezza del luogo furono i motivi che ispirarono i Padri Redentoristi
ad edificare la cappella dedicata a S. Alfonso M. de' Liguori e tuttora esistente,
ed adibire la casa a monastero.
da "Le Dimore Storiche" anno XIX n 2 2004
articolo di Teresa Falcone
"Il recupero di un eremo dei Redentoristi salva un frammento della vita rurale
del mondo di ieri"
Aggrappato ai terrazzamenti della Costiera Amalfitana, quasi magicamente sospeso
tra la roccia e il mare della Terra Furoris (Furore), il Casale S. Alfonso è uno
splendido esempio di recupero architettonico di un'antica residenza contadina oltre
che un' illuminata testimonianza di una più moderna idea di presidio e salvaguardia
del territorio. Il podere fu costruito e abitato sin dal 1650 dai Fusco, una nota
famiglia di ricchi contadini. Lo testimoniano l'estensione del casale, sorto per
ospitare un cospicuo numero di abitanti (o, per entrare in sintonia con l'epoca,
molte braccia per il duro lavoro dei campi "a macera"), la presenza di pavimenti
maiolicati e di numerose stanze affrescate, e di un enorme focolare, di un gigantesco
torchio, di un sorprendente vano per l'asciugatura dei panni e di ben tre pozzi
di acqua sorgiva intorno ai quali si snoda lintera costruzione. L'antica casa prende
nome dalla cappella dedicata al Santo nel 1854 da Raffaele Fusco, detto Fuschetiello,
missionario redentorista che, nel 1830, adibì una parte del podere a convento. Una
comunità costituita da una decina di monaci visse in questo eremo paradisiaco. La
chiesa è eretta su un meraviglioso belvedere posto sotto un selvaggio costone roccioso
a picco su Paiano a mare.Un luogo perfetto ancora oggi per coniugare ascetismo e
faticoso lavoro nei campi. Non orti e giardini comuni ma terrazze riempite di terra
sostenuta da laboriosi muretti di pietra a secco, le macere, che degradano lungo
il pendio quasi a voler scivolare verso il mare. La lotta contro una terra ostile
all'agricoltura è testimoniata da un inconsueto impianto dei pergolati d'uva. Per
recuperare agli orti gli spazi sottoposto ai vigneti, le viti venivano piantate
orizzontalmente nel muretto di contenimento del terrazzamento superiore. Da questa
pratica si otteneva un doppio beneficio: le radici potevano affondare nella parte
più bassa, e dunque più umida e riparata del terrazzamento superiore, e tutto lo
strato superficiale di terra poteva essere coltivato con facilità a verdure ed ortaggi.
I monaci si ritirarono da S. Alfonso nel 1875 e il podere fu lasciato dai Fusco
al nipote Luigi, un avvocato napoletano che se ne occupò fino al 1917. Poi il casale
fu ereditato dai Ferrajoli e, in seguito, dagli attuali proprietari, l'antica famiglia
furorese de Li Cuomi (oggi Cuomo). Nel 1996 iniziarono i lavori di recupero: il
tetto con travatura a vista è distrutto e molti solai sono crollati, il degrado
del podere è visibile anche all'esterno. Ottanta anni di abbandono vengono dissipati
da più di quattro anni di interventi seguiti in maniera quasi maniacale dal signor
Cuomo e dalla sua giovanissima figlia Michela. Tutti pensano siano pazzi. Ristrutturare
un enorme podere abbarbicato sotto un costone roccioso e ripristinare gli antichi
terrazzamenti con orti e vigneti è un'impresa improba. Come se non bastasse vogliono
anche che la casa torni quella che era. Non accettano che dalle pareti vengano rimosse
strane nicchie, curiose insenature, inconsueti spazi apparentemente inutili. Nelle
strutture antiche nulla è inutile o casuale. Oggi, proprio per questa caparbietà
S. Alfonso è una preziosa testimonianza di vita rurale. Molte stanze sono sorrette
da architravi in legno ricoperte di pietre e calce secondo un uso antico. Sono conservati
alcuni pavimenti bicentenari in lapilli e calce realizzati senza alcun collante
in modo da imprimere agli ambienti un aspetto molto naturale e garantire una continua
traspirazione. Questa tecnica è una follia per i tempi imposti alle realizzazioni
moderne: il composto veniva disteso e battuto con le "mazzoccole" per più di tre
giorni allo scopo di liberarlo da tutto l'umido. Non meno "fuori dal tempo" è la
storia della lavorazione dei portali. Il taglio delle piante era imposto dai cicli
lunari. Una regola non scritta imponeva di effettuare l'operazione con la luna calante,
quando l'albero non ha i vasi linfatici e il legno ottenuto è più compatto. I portoni
del podere, in legno di castagno, sono lavorati da un unico tronco lasciato stagionare,
prima dell'utilizzo almeno cinque anni una vera pazzia per i nostri ritmi di produzione).
Proprio questa lenta e sapiente lavorazione ha conferito al legno una resistenza
che ne ha permesso il recupero. Nell'antico "cellaio", posto ai piedi del casale,
è conservata un'imponente "cercola", un torchio ricavato dal fusto di una quercia
secolare. Veniva utilizzata per la premitura delle olive e delle uve e le sue dimensioni
lasciano intuire che fosse usata da tutto il vicinato (una simile è conservata nella
Certosa di Padula). Non meno interessante è l'asciugatoio. Uno spazio nel quale
è ospitato un camino con controcappa, dal tiraggio stretto, per ardere la legna
rapidamente. La carbonella così ottenuta veniva disposta all'esterno su mensole.
In questa sala le donne disponevano filari di biancheria ad asciugare e da quest'ambiente
emanava il tepore che avvolgeva anche i piani superiori nel periodo invernale. Gli
antichi abitanti del casale si servivano del fuoco anche per conservare i cibi.
E' possibile ancora oggi entrare in uno spazio tronco conico in cui è visibile una
fornace. A mezza altezza del tiraggio troviamo una botola che sbarca in un soppalco
su cui venivano disposti i cibi per l'affumicatura. Qui avveniva la disinfezione
tramite affumicatura di carni, formaggi ma anche pesci. Gli abitanti della Costiera
Amalfitana, infatti, hanno mantenuto per secoli questa doppia vocazione che li teneva
"con un piede nella vigna e l'altro nella barca". D'altra parte passa di qui il
Sentiero dei Nidi di Corvo che conduce direttamente alla Praia, una delle zone più
pescose del territorio. Questo stesso sentiero è stato un passaggio obbligato per
molti briganti. Non è un caso che le mura della casa conservino le feritoie per
i fucili. Altrettanto curioso è un ambiente gelido e buio in cui campeggia una piccola
scala senza sbocco. Ovviamente l'apparente inutilità è un inganno. Si tratta di
una vera cella frigorifera "ecologica" che veniva utilizzata come dispensa e che,
per la sapiente disposizione, mantiene ancora oggi temperature bassissime. S.Alfonso
rappresenta una perla per la diffusione e il recupero delle tradizioni contadine
ma soprattutto per riappropriarsi di una differente concezione del tempo, del lavoro
e dell'utilizzo delle risorse ambientali. Qui è conservata traccia di un tempo che
trascorreva lentamente ma non inutilmente: un'osservazione attente della natura
forniva alla famiglia rurale i segreti per la coltivazione della terra ma anche
astuzie per la realizzazione di una casa a misura d'uomo. Un'ulteriore esempio?
La struttura originaria non presentava finestre a nord per evitare l'invasione dall'acqua
durante i terribili temporali invernali. Oggi ce ne saremmo accorti dopo averle
costruite perché le attività non crescono con l'uomo e intorno a lui ma spesso presumono
di poter anticipare e preordinare i suoi ritmi di vita e i suoi comportamenti senza
intuirli.